Amazon, Reuters accusa: copia i prodotti di successo e manipola i dati di ricerca

Amazon, Reuters accusa: copia i prodotti di successo e manipola i dati di ricerca


A puntare il dito contro Amazon è la celebre agenzia di stampa britannica Reuters. E lo fa impugnando migliaia di documenti interni del colosso dell’e-commerce tra mail, messaggi e file aziendali di cui è entrata in possesso (non viene precisato come), e che tracciano la strategia per aumentare le vendite dei prodotti a marchio Amazon sul mercato indiano.

Secondo la ricostruzione di Reuters, da questo faldone emerge in maniera nitida il comportamento anticoncorrenziale e manipolatorio di Amazon, che avrebbe prima usato i dati di Amazon.in per copiare i prodotti di maggior successo di altre società, e poi manipolato i risultati di ricerca in modo che questi comparissero sempre tra i primi suggerimenti.

MANIPOLAZIONE DELL’ALGORITMO

Nello specifico, Amazon avrebbe alterato l’algoritmo di ricerca basandosi sull’ASIN (Amazon Standard Identification Number), ovvero quel codice che identifica i prodotti sulla piattaforma, e lo avrebbe fatto in modo da spingere in alto i propri prodotti. D’altra parte, il problema nasce dal fatto che Amazon sia allo stesso tempo giocatore e arbitro di una partita globale: ragione per cui infatti è giù finita sotto la lente dell’antitrust anche in Europa.

Ma Reuters non si limita a osservazioni generiche, e fa i nomi: tra le vittime di questa pratica ci sarebbe il marchio di camicie John Miller, molto popolare in India, di proprietà di una società il cui amministratore delegato, Kishore Biyani, è noto come “il re del commercio al dettaglio” nazionale. In questo caso Amazon ha copiato le misure delle camicie John Miller dalla circonferenza del collo alla lunghezza delle maniche.

LE VISUALIZZAZIONI A COLPO D’OCCHIO

Una delle differenze decisive tra Amazon e gli altri venditori è l’impossibilità, da parte di quest’ultimi, di accedere alle “visualizzazioni a colpo d’occhio”, e cioè dati che indicano i prodotti più visualizzati dai clienti in base alle loro ricerche. Tali informazioni sono visibili solo al grande occhio dell’e-commerce, e combinando questi rilievi con quelli sui prodotti più venduti per categoria ha isolato i concorrenti da copiare. Per citare l’osservazione contenuta in un documento interno di Amazon, poter disporre di questi dati è “un’ottima opportunità per influenzare i clienti interessati che stanno valutando un acquisto in una categoria di prodotti”.

Ed è quello che ha fatto col suo marchio Solimo, ad esempio, con cui in India firma una grande quantità di prodotti in diverse categorie, e che inizialmente non aveva fatto breccia come sperato, generando poco più di 100 milioni di dollari di guadagni su un mercato enorme e con margini ben superiori. Così, dopo aver individuato i prodotti di maggior successo, Amazon ne ha realizzati di simili e li ha piazzati ad un prezzo più basso del 15%. I risultati non si sono fatti attendere, e in breve tempo Solimo è diventato un marchio di riferimento su Amazon India.

Questo modus operandi, come è facile ipotizzare, non sarebbe limitato al solo mercato indiano. E infatti è celebre, per quanto riguarda gli USA, il caso della Williams-Sonoma Inc, azienda a stelle e strisce di articoli di arredamento che già nel 2018 ha accusato Amazon esattamente delle pratiche descritte, e quindi di aver copiato i propri prodotti e di averli poi commercializzati con il marchio proprietario Rivet. L’immagine qui sotto, che mette a confronto gli oggetti originali e le “reinterpretazioni” di Amazon, lascia intendere che le accuse avessero più di qualche fondamento.

Nel 2019 è stato il turno di Allbirds, marchio di calzature sportive che Amazon prima ha invitato nel suo store, e da cui poi dopo aver ottenuto un diniego ha deciso di trarre ispirazione realizzando un paio di sneaker incredibilmente simili al modello più celebre firmato Allbirds.

E ha fatto rumore di recente la segnalazione del Wall Street Journal, risalente allo scorso aprile, rispetto alle pressioni esercitate da Amazon nei confronti di Ecobee, realtà che produce prodotti per la smart home, al fine di raccogliere coi suoi termostati intelligenti dati personali da condividere proprio con la piattaforma fondata da Jeff Bezos. Il tutto sarebbe avvenuto con la minaccia di esclusione dallo store.

AMAZON RESPINGE LE ACCUSE: AFFERMAZIONI INFONDATE

Davanti a queste accuse Amazon non poteva restare ferma. E infatti ha subito replicato rigettando in blocco qualsiasi accusa, e facendo leva sul fatto che ignorando i documenti cui Reuters fa riferimento all’interno della ricostruzione non può quindi esprimersi nel dettaglio sulla vicenda:

Poiché Reuters non ha condiviso con noi i documenti o la loro provenienza, non siamo in grado di confermare la veridicità o meno delle informazioni e delle affermazioni in essi contenute. Riteniamo in realtà che queste affermazioni siano erronee e prive di fondamento.

Amazon ha inoltre specificato che no, non ci sarebbe alcuna alterazione dell’algoritmo al fine di favorire il proprio catalogo:

Mostriamo i risultati della ricerca in base alla pertinenza della query di ricerca del cliente, indipendentemente dal fatto che tali prodotti abbiano o meno marchi privati ​​offerti dai venditori.

E infine ha concluso con una precisazione sui dati:

È severamente vietato l’uso o la condivisione di dati non pubblici specifici del venditore a beneficio di qualsiasi venditore, compresi i venditori di marchi privati.



Via: HDBlog

ilportaledelnerd

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