Microsoft sta tentando di rendere il linguaggio del Kernel Linux più inclusivo, ma è più difficile di quanto si possa pensare

1 month ago 78

Anche se dovrebbe ormai essere superfluo, per introdurre questa notizia vale la pena di ricordare come oggi, nell’anno di Grazia 2024, Microsoft sia una delle aziende più attive in termini di contributi per quanto riguarda l’open-source. Non dipende solamente dal fatto che essa possegga GitHub, o che abbia creato la sua distribuzione Azure Linux, ma proprio dal codice.

Infatti ormai la maggioranza dei progetti open-source upstream hanno uno o più contributori stipendiati da Microsoft che alimentano il circolo virtuoso del software libero. Come sappiamo software libero vuol dire anche Linux e Linux vuol dire anche Kernel, e nella notizia raccontata da Phoronix è proprio di un contributo specifico fatto da un ingegnere Microsoft al Kernel Linux, un contributo volto a rendere più inclusivo il linguaggio utilizzato.

Si badi bene: non linguaggio in termini di codice, ma linguaggio in termini di… Terminologia.

È da tempo ormai che la semantica delle varie componenti del mondo IT è stata rivista. Se per quanti più vecchietti la terminologia master/slave (padrone/schiavo) è inscindibile da sempre con il concetto di cluster, oggi ci si è resi conto di come questa non sia più adatta.

Giusto? Sbagliato? Insensato? Senza andare a parare verso gli estremismi di quanti stupidamente imbrattano le statue di Cristiforo Colombo e visto che l’operazione sulla carta non appare esageratamente complessa, considerare la questione come ha fatto Microsoft è certamente sensato.

La serie di quattordici patch è stata inviata dall’ingegnere Easwar Hariharan che lavora, manco a dirlo, su Azure Linux, ed il suo contributo è volto appunto a “ripulire” il linguaggio all’interno del codice per renderlo più inclusivo, per utilizzare cioè termini appropriati.

Essenzialmente, tutte le patch prevedono la modifica delle parole master e slave in controller e terminal… O client.

Ed è qui che inizia la parte interessante.

Assodata la necessità (o meno) della patch, che è ovviamente più morale che tecnologica, l’utilizzo dei termini alternativi ha sollevato alcune domande, poiché le specifiche del settore tendono a fare riferimento alla nuova terminologia controller/target, ma nella maggior parte di queste nuove patch del Kernel è client ad andare per la maggiore.

Tra gli sviluppatori del kernel upstream apparentemente non c’è ancora quindi un chiaro consenso sulla scelta da adottare.

Una vicenda che dimostra come, anche per gestire questioni morali su cui comunque tutti concordano, ci sono aspetti tecnici che non possono essere ignorati.

La domanda a cui rispondere è: ne vale la pena?

Da sempre appassionato del mondo open-source e di Linux nel 2009 ho fondato il portale Mia Mamma Usa Linux! per condividere articoli, notizie ed in generale tutto quello che riguarda il mondo del pinguino, con particolare attenzione alle tematiche di interoperabilità, HA e cloud.
E, sì, mia mamma usa Linux dal 2009.

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